Una stanza senza più pareti

XIII domenica del tempo ordinario (A)
2Re 4,8-11.14-16 / Sal 88 / Rm 6,3-4.8-11 / Mt 10,37-42

Da che fa questo caldo estenuante, vivo prevalentemente sotto un albero. Alla sua ombra. Unica stanza abitabile : un tavolo con sedie, quattro poltrone da giardino e un tavolino sono arredamento essenziale per continuare a stare a tavola durante i pasti con chi desidera e per accogliere coloro che per un motivo o per un altro passano di qui: dalla nascita alla morte, passando anche per matrimoni… ecco lo spazio e il tempo in cui si gioca la vita; ecco i luoghi degli incontri, degli scambi, delle accoglienze. Questa stanza – come recita il testo di una celebre canzone italiana –  non ha davvero più pareti. Questa stanza a cielo aperto, che pur è solo un piccolissimo angolo di mondo, a volte, mi pare il mondo tout court

Quanto all’albero – che si merita l’immagine di copertina – ci parlo tutti i giorni e più volte al giorno. Ci parlo nel senso che ringrazio chi lo ha voluto qui. Non è mio. È nella proprietà dei vicini ma la sua ombra protegge il giardino della casa parrocchiale. L’albero non aveva che questa possibilità se voleva espandersi e crescere rigoglioso. C’è riuscito. Un enorme ombrellone naturale, che filtra la luce solare e che segnala il passaggio di qualche folata di vento. Il suo verde, poi, riposa la vista. Benedico questo albero, o meglio, benedico il Creatore. Immagino le sue radici: devono essere ben profonde per trovare linfa da spingere fin all’ultima delle foglie, sul ramo più alto. 

Le vacanze scolastiche sono iniziate proprio in questo week-end e anche le attività pastorali si riducono notevolmente fino alla ripresa che sarà per metà agosto. Approfitto di quest’oasi… sotto l’albero, mi faccio coraggio e cercando di dimenticare il caldo, provo a scrivere ancora qualcosa. C’è una storia bellissima che apre la liturgia della Parola di oggi. 

Storia di ospitalità e di accoglienza. È l’inizio della carriera del profeta Eliseo che nel suo viaggiare trova spesso ospitalità presso un’illustre donna sunemita. Vive col marito ma non hanno figli. Eppure si intuisce nelle sue attenzioni verso Eliseo una certa fecondità, un’apertura. É lei che convince il marito a creare una stanza da riservare all’accoglienza di Eliseo che non esita a definire «un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi». Dovizie di particolari essenziali descrivono le intenzioni e il progetto : «mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e un candeliere; così, venendo da noi, vi si potrà ritirare». Detto, fatto. 

Eliseo si sente in debito. Chi non lo sarebbe? Come sdebitarsi? E fu così che Eliseo – potremmo dire – iniziò a fare il profeta. Ricordandosi di ciò che Dio aveva già fatto per altre donne dal grembo sterile, non può che far risuonare quella promessa, così simile a quella che Sarah, sposa di Abramo aveva già sentito nella notte dei tempi. Come Sarah, anche la donna sunemita ha una reazione comprensibile. Lei che aveva riconosciuto in Eliseo un uomo di Dio, gli ricorderà che proprio in quanto tale non può dire menzogne. Quella promessa di vita suona come una bugia finche la Parola – nove mesi dopo – si farà carne e la donna stringerà un figlio tra le braccia.

È sempre così che vanno le cose quando Dio manda una sua Parola. Ma è spesso anche storia di umana incredulità, resistenza a credere, a fidarsi… anche quando il messaggio che ci sta raggiungendo è foriero di vita e di gioia. La netta sensazione è che noi terrestri siamo sempre su piani differenti. E questo – penso – Dio lo sa bene. Ed è per questo che ci raggiunge. Per cercare di elevare, di aprire brecce, di renderci sensibili a dimensioni altre. Cartesiani come siamo – così bisognosi di misurare, calcolare, prevedere –  ci siamo dimenticati che servono due assi per valutare una crescita, un progresso nelle cose. Eppure ci ostiniamo sempre più a costruire sull’asse delle ascisse, su un piano orizzontale, meramente umano.

Torniamo alla storia di Eliseo. E della sunemita. E di suo marito. Un giorno prenderà il figlio per andare nei campi. Preso da un forte mal di testa (un’insolazione?) il figlio morirà poco dopo a casa. La donna che pochi anni prima stringeva il figlio tra le braccia ora – senza alcun cenno di disperazione – lo depone sul letto del profeta con un atteggiamento di fede sorprendente. Per farla breve, chiamerà il profeta di Dio affinché trovi modo di resuscitare quel figlio che Dio gli aveva promesso e dato.

Storie di vita ordinaria? Storie di incredulità e di fede possibile? Come collocare questo racconto di oggi? Il Vangelo – che tra poco leggerete qui di seguito – ci mette forse ancora più in crisi e illumina alcune questioni che riguardano i nostri legami umani.

Dal Vangelo secondo Matteo
(10,37-42)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli:  «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato.
Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto perché è un giusto, avrà la ricompensa del giusto.
Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».

Stringeva il figlio tra le braccia la donna sunemita. Immagine di quanto i legami di sangue contano più di ogni altra cosa. Stringere tra le braccia è certamente immagine che evoca tenerezza, affetto, cura e protezione ma può essere anche sinonimo di possesso morboso, di incapacità a lasciar andare, a lasciar partire.

Gesù pronuncia parole che suonano come dure, incomprensibili. Non sta rivolgendosi alle folle bensì a coloro che egli aveva scelto perché stessero con lui e perché andassero poi nel mondo a proclamare la Buona Notizia del Vangelo, dell’Amore più forte della morte. É parola per battezzati, per persone le cui coordinate della vita non sono più solo terrestri, di sangue o di carne. 

Chi vuole essere discepolo di Cristo, deve sapere che la vita si orienterà anche verso una dimensione verticale. Che non saranno solo i legami di sangue a contare. Ciò che è nato dalla carne è carne. Ora, il discepolo di Gesù è nato dallo Spirito. Ci sarebbe da chiedersi come mai costruiamo la vita alimentando prevalentemente i legami di sangue? La vita nello Spirito ha forse qualcosa di effimero, di poco concreto o di impercettibile? Eppure la donna sunamita con il marito, non avevano alcun legame di sangue con il profeta Eliseo. Ma quanto quel legame spirituale è stato decisivo nell’evolversi delle situazioni solo loro lo sanno ! Ed ora anche noi lo sappiamo. 

Amare non è trattenere. É insegnare a donare. La propria vita.
C’è poco da stringere nelle nostre mani. Chi troppo vuole – dice il proverbio – nulla stringe.
Chi ci ha amato entrando in questo mondo non lo ha fatto per trattenerci a sé, ma perché imparassimo a donarci a nostra volta. C’è dunque poco da stringere perché ora sappiamo che à meglio condividere, creare accoglienza. 

Come?
La vita nello Spirito sta tutta misteriosamente racchiusa anche solo in un bicchiere d’acqua. E non è solo una questione di spegnere la sete, ma di tenere acceso quel legame tra le creature e il Creatore, per nutrire quella fraternità che, per i discepoli di Gesù, è nata dall’alto della croce. Il Vangelo di Giovanni, ci racconta che proprio nel momento in cui Gesù consegnerà lo spirito, lo farà al Padre ma anche a coloro che stanno ai piedi della croce. Sua madre e il discepolo amato rinascono in quel momento ad una vita nuova, mentre sono donati l’uno all’altro come madre e figlio in un legame non certo di sangue e di carne. Di questo aveva sete il crocefisso. Risorto offre alle solitudini umane di ogni luogo e di ogni tempo, la gioia di legami forti, fortissimi nello Spirito.

Così, il piccolo mondo dei nostri affetti di sangue si amplia, come quella stanza nella quale siamo sempre invitati ad entrare quando volessimo raccoglierci a pregare il Padre che sta nei cieli. È lì che la stanza del nostro piccolo e semplice vivere non ha più pareti. Qui, sotto l’albero, dove non ci sono pareti, alla luce del Vangelo di oggi vi ritrovo. Ci ritroviamo. Benvenuti. Bentrovati.  

Signore Gesù, quando ci dici:
«Chi ama padre o madre più di me
non è degno di me»
ci sentiamo presi come di sorpresa.
Ma quando ci ricordi
che per un bicchiere d’acqua fresca
offerto a qualcuno,
non rimarremo senza ricompensa,
capiamo allora che ciò che Tu ci chiedi
rimane alla nostra portata.
Tu che per primo
hai portato la tua croce,
conosci il nostro cuore umano.
Se dovessimo dire: «Io non ci riesco»
allora vieni col tuo Santo Spirito
ad accompagnarci giorno per giorno,
affinché in Te troviamo la Vita.
Amen.

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Piccoli Pensieri (8)

Gianna

Grazie 🙏

29 Giugno 2026
Barbara

Grazie Don! Le tue parole, sempre semplici e chiare, aiutano la comprensione di ciò che il Signore ci chiede. Questo brano di Matteo mi era sempre risultato ostico ed incomprensibile ed ora finalmente mi risulta più chiaro.

29 Giugno 2026
Maria Rosa Ghidotti

Grazie don Stefano.
Felice di leggerti.

29 Giugno 2026
savina rama

“Che bel boteep!” (passatemi questa espressione dialettale).
Poter stare sotto un albero o, come si dice “sotto le fresche frasche”, per svolgere la propria attività o per riposare mette il cuore in pace.
Come Abramo alle “Querce di Mamre” che per l’accoglienza riservata ai misteriosi visitatori riceve in dono un figlio.
Come il grande e centenario ippocastano che per tanti anni ha fatto ombra al nostro Santuario della Madonna delle quaglie e a chi andava in estate in cerca di frescura.
Poi noi ragazzi in autunno raccoglievamo le castagne, dette matte o “genge” per giocarci.
Gli alberi poi danno un senso di solidità, con le loro radici ben piantate nell terra.
E mi sovviene un passo di Vangelo dove Gesù dice: “Venite a me voi che siete affaticati e oppressi e io vi darò ristoro”.
Gesù come “Albero di Vita” a cui attingere a piene mani.

29 Giugno 2026
Maddalena Santagati

Grazie! Che bello ricevere le tue parole dopo così tanto tempo!

29 Giugno 2026

Grazie Don Stefano per questa riflessione che giunge come dolcissima brezza nella calura pressante delle umane preoccupazioni. Unisco a questa un’ altra, giuntami da Don Carlo Tarantini (attualmente in servizio per la parrocchia di Scanzorosciate), che si è invece più focalizzato sulla questione dell’ accettazione della propria croce. Una croce che può anche essere pesante, può anche sfiancare, ma che se abbiamo la costanza di tenere senza cedere alla tentazione – pur comprensibile! – di alleggerircela da noi, rimuovendone questo o quel pezzetto, sarà in grado di farci superare gli ostacoli più profondi, fungendo da ponte per attraversarlo, allora sì, con leggerezza. E a pensarci, portandola sul piano della vita vissuta, é proprio così. Sono i momenti più duri, i più faticosi, che ci portano i più ricchi germogli di sviluppo. Sono tutti i passi più duri che, accolti, accettati e, più o meno duramente, superati, ci permettono di procedere poi con passo progressivamente più saldo e, al contempo, più leggero. Questo però purché li si accetti senza sconti, lasciando che concorrano a definire quella croce personale che concorrerà ad accompagnare poi ciascuno di noi alla più autentica realizzazione, umana e spirituale.

29 Giugno 2026
Regina Perico

Grazie don Stefano di questa bellissima riflessione….buon soggiorno sotto la stanza dell’albero.

28 Giugno 2026
Dania

“Gesù che sta passando proprio qui,
Gesù che sta passando proprio qui
E quando passa tutto si trasforma,
via la tristezza viene l’allegria
E quando passa tutto si trasforma,
viene l’allegria nel mio cuor e nel tuo cuor. (x3)

Chi è che ama – Gesù ama!
Chi è che salva – Gesù salva!
Chi è che regna – Gesù regna!”

Questo canto l’ho sentito e cantato, proprio mimandolo come fanno i bambini, a Medjugorje e già solo nel farlo insieme ad altri, sconosciuti e non, sentivo una verità di fondo che riempiva il mio cuore di pace e gioia.
La verità è che sicuramente anche attraverso la richiesta di un bicchiere di acqua, di un po’ del nostro tempo, in un pezzettino di strada fatto insieme avremo potuto scorgere Gesù passare in una relazione, vederlo nel volto di un fratello o una sorella, a noi estranei fino a qualche tempo prima.
Allora guardo la croce e vedo tutto il Suo Amore e Gli chiedo “insegnami ad amare”.
Ogni tempo ed ogni luogo andranno bene se avremo permesso al Signore di impastare il nostro cuore con la Sua misericordia.

Grazie per questa riflessione Don Stefano

28 Giugno 2026

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