La Luce che non fa ombra

Categoria :Omelie
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Data :18 Gennaio 2026

Augustin Frison-Roche, L’or du soir I (dettaglio)

Predicazione alla Chiesa presbiteriana scozzese di Losanna in occasione della 

Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

Isaia 58,6-11 / Efesini 4,1-13 / Giovanni 12,31-36

La nostra celebrazione in occasione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani trova per quest’anno 2026, la sua origine nella liturgia che è propria alla Chiesa ortodossa apostolica armena. È quindi l’occasione per noi di conoscere o scoprire altre tradizioni, altre formulazioni di preghiera e di celebrare la stessa fede in Dio: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ciò che è più interessante per noi oggi è conoscere l’origine stessa di questa preghiera concepita da uno dei più grandi patriarchi di questa Chiesa, Nersès “il Grazioso” di Gla († 1173) per il quale lo scopo di questo ufficio – l'”Ufficio del sorgere del sole” – era di ricondurre a Cristo una setta di pagani adoratori del sole che circolava in Armenia ai suoi tempi.
Non di rado, in effetti, il Sole è spesso stato considerato una divinità. Nel corso della storia dell’umanità, molte civiltà hanno visto nella luce, non solo una questione di fisica, ma anche una questione teologica: per gran parte delle religioni, la luce è sempre stata considerata l’origine di tutto, come se fosse la manifestazione perfetta di Dio e della sua azione.

La luce ha sempre avuto, al di là della sua utilità, una sorta di fascino misterioso. Nella luce, anche noi uomini e donne del terzo millennio abbiamo l’immagine più appropriata per indicare questo senso di trascendenza e pace.
Dalla notte dei tempi, è sempre la Luce che ci permette di vedere tutto ciò che essa illumina. Così la Luce permette a ogni cosa e ad ogni essere vivente di uscire dalla notte e di apparire, come in pieno giorno, di essere visto, ammirato e contemplato.

Dal cuore della notte di Natale in cui i pastori sono “avvolti dalla luce dalla gloria del Signore” (Lc 2,9) al Prologo di Giovanni che parla dell’incarnazione del Verbo come “luce degli uomini” (Gv 1,4), la “vera luce” continua a “illuminare ogni uomo” (Gv 1,9). Che lo desideri ardentemente o che non se ne accorga nemmeno. Come che sia, per ciascuno c’è, nella densa massa delle tenebre, una feritoia attraverso la quale la Luce può ancora passare. In effetti, se il simbolismo della Luce è ancora oggi una metafora abbastanza eloquente, è perché conosciamo bene lo spessore delle tenebre che ci circondano.

Se oggi preghiamo ancora insieme è per vedere ancora la prima parola di Dio compiersi in modo indefettibile: “Sia la Luce”. E Luce fu (Gen 1,3). “Dal momento che Cristo è nato, anche il mondo rinasce; rinasce, infatti, quando emerge dalle tenebre quasi per un parto di luce” (Massimo di Torino, Omelie, 61b,1)
Noi cristiani sappiamo tuttavia quanto costi voler portare la luce nell’oscurità: la nostra speranza non è certo una sicurezza a buon mercato, né una spensierata presunzione. Infatti – scrive il poeta Eugenio Montale nel suo diario Transcolorando (1971-1972) – “Chi dona luce rischia l’oscurità”. Questa espressione è densa di una verità di fede: per non essere solo luce, ma per dare luce, Gesù ha rischiato l’oscurità dell’incomprensione, dell’oltraggio e della morte. È il vangelo che abbiamo appena sentito che ce lo dice.
Gesù parla della sua morte ed è abbastanza particolare che in un altro Vangelo – quello di Marco – sia scritto: “Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra” (Mc 15,33). È abbastanza strano che a mezzogiorno l’oscurità sembri prevalere, mentre la Luce del mondo è al suo mezzogiorno, essendo elevata al di sopra del mondo, dall’alto della croce.

Certamente è perché non fa ombra ad alcuno che Cristo è la Luce del mondo. La Luce vera raggiunge sempre il suo obiettivo: illuminare. Tuttavia è così rispettosa che non costringe nessuno a lasciarsi illuminare, ma non smette neppure di illuminare anche il muro dietro il quale ci si può nascondere. Senza luce, come potremmo riconoscerci? Come vedere i colori o come vedere i pericoli? Come vedere la diversità delle cose e l’unità nella diversità? Come potremmo guardare dritto negli occhi? Come possiamo pensare di vedere bene senza Cristo? Il Signore non può smettere di essere ciò che è: non può cioè smettere di dissipare le tenebre; non può smettere di illuminare la nostra vita, di darle un senso, di renderla piena.
Quando la Parola di Dio risuona come Luce che risplende nelle nostre tenebre, noi siamo meno soli e, poco a poco, arriviamo a scorgere la bellezza di tutto ciò che esiste, come un bambino che scopre il mondo per la prima volta; come un cieco a cui è stata restituita la vista.

É stato necessario che Dio separasse la luce dalle tenebre prima che Egli stesso potesse contemplare la bellezza della sua Creazione. Alla Luce di Cristo, vediamo la bellezza del mondo: “alla tua luce noi vediamo la luce”, recita il salmo 36. Solo quando ascoltiamo la Parola di Dio e ci esponiamo così a lasciarci illuminare dalla Luce vera che è Cristo, noi riusciamo a vedere la bellezza delle nostre Comunità, delle nostre Chiese, ciascuna secondo i propri talenti, i propri carismi e specificità. Cristo – lo sappiamo – non ha riunito i suoi discepoli per formare gruppi separati che percorressero strade parallele. Li ha chiamati alla comunione. Venivano da orizzonti diversi, portavano storie diverse, reagivano con temperamenti diversi, ma erano riuniti da un solo Signore, rivolti alla stessa Luce. Quando preghiamo per l’unità dei cristiani, non chiediamo agli altri di diventare come noi. Chiediamo di rivolgerci insieme a Cristo, Luce nata dalla Luce.

L’unità dei cristiani inizia – suggerisce il profeta Isaia – dove l’umanità ritrova e si rivela in tutto il suo splendore e in tutta la sua bellezza: dove cadono le catene ingiuste; dove i legami del giogo sono sciolti; dove la libertà è restituita agli oppressi; dove il pane è condiviso con chi ha fame; dove il povero è accolto… dove l’ascolto sostituisce il sospetto, dove la pazienza prende il posto dell’impazienza e della fretta. L’unità cresce dove l’orgoglio diminuisce, dove la preghiera viene prima delle argomentazioni e dove la carità è più apprezzata di una vittoria. Insomma, dove impariamo a riconoscere l’opera dello Spirito al di là dei nostri limiti; dove lasciamo risplendere la Luce nelle tenebre che ancora ci circondano.

Dio ha già attraversato molte notti al nostro fianco: quando la terra era informe e vuota, e regnava il caos, quando Dio pronunciò la sua Parola, ecco che la notte ha lasciato il posto al giorno.
Quando Abramo era pronto a sacrificare il suo unico figlio e Dio gli fece capire che questo gesto non era necessario, ecco che le tenebre del dubbio lasciarono il posto al giorno.
Quando il popolo di Dio era schiavo del faraone, e per mezzo di Mosè, Dio lo conduceva verso la liberazione, ecco che la notte fece spazio alla luce.
Da quando Cristo è risorto dai morti e fino al giorno in cui tornerà nella sua gloria, ecco il tempo e lo spazio in cui le nostre notti diventeranno giorno e la notte non sarà più così oscura. Risplenda per noi e sul mondo questa umile Luce della risurrezione di Cristo. Vedremo chiaramente ciò che siamo fin d’ora : gli amati figli del Padre. Amen.


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Piccoli Pensieri (2)

Elisa

Felice di risentire la parola che illumina e fa riflettere.

19 Gennaio 2026
Stefania Ceruti

Buonasera, incuriosita da un passaggio dell’odierna omelia, ho fatto una piccola ricerca e la condivido. Andrea Mastrovito, artista bergamasco, è il vincitore del progetto dell’Agnus Dei, in corso di realizzazione, da porre sulla torre più alta della Sagrada Familia di Barcellona e questa è la motivazione: per “l’eleganza della luce dorata e la trasparenza luminosa dell’agnello”. La luce!

18 Gennaio 2026

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