Vorrei costruirti una casa (dice il Signore)

Data :25 Giugno 2020
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Spirito santo, per Te siamo nati alla vita di figli di Dio, Tu fai di noi la dimora del Signore, Tu effondi l’amore nei nostri cuori. Donaci la consapevolezza che Tu dimori in noi, che la tua presenza trasfigura il nostro corpo. Senza di Te i nostri orecchi non ascoltano, i nostri occhi non vedono, la nostra bocca non prega, le nostre mani si chiudono. Senza di Te non sappiamo incontrare l’altro e i nostri cuori non sanno cosa sia l’amore.

Dal Vangelo secondo Matteo (7,21-29)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu grande».
Quando Gesù ebbe terminato questi discorsi, le folle erano stupite del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come i loro scribi.

Nacque a Betlemme, visse per diverso tempo a Nazareth. Le ricerche archeologiche in questi due paesi insignificanti, se non fosse stato Lui a renderli celebri (Nazareth non è mai nominata nella Scrittura a differenza di Betlemme che sta comunque al cuore di una profezia) ritrovano villaggi ai limiti della realtà. Le case, per intenderci, non erano di certo le nostre. Erano piuttosto scavate, intagliate nella roccia e chiuse in facciata con delle pareti di ingresso. Case-grotta e non quattro mura domestiche. Due grotte o poco più: una per la vita diurna e l’altra più interna per ritirarsi la notte, dove spesso dimoravano anche i pochi animali per l’economia domestica. Il suo habitat fu questo per un po’ di anni.

Poi scese nella Galilea, si stabilì a Kfar Nahum, il villaggio di Nahum, Cafarnao nella nostra lingua. Terra verdeggiante e rigogliosa che lambisce il deserto arido e secco della valle del Giordano. Profonda depressione della crosta terrestre, dove ti sembra di stare davanti a montagne rocciose di una certa altitudine e invece sei dentro un’avvallamento che arriva a toccare i quattrocento metri sotto il livello del mare. Il deserto roccioso di quella terra è segnato qua e là da solchi consumati dall’acqua: si intuisce con quanta irruenza le piogge torrenziali abbiano trascinato con sé polvere e rocce. A queste piogge torrenziali, che irrompevano improvvisamente dopo la pioggia, fa riferimento anche il salmo 126 dove si prega il Signore perché ristabilisca la sorte dei figli di Israele deportati in terra straniera. Si prega chiedendo di riportarli a casa con la velocità e la forza dell’acqua di piena che attraversa le valli secche e aride del deserto. Una vera e propria forza travolgente, che ripulisce e trascina tutto in un istante.

Dovette salire a Gerusalemme (ottocento metri sul livello del mare) per vedere case e palazzi come noi li immaginiamo. Per vedere anche il Tempio che si stagliava in tutta la sua grandezza e lo riconoscevi a distanza nello sky-line della città.

Da questi paesaggi penso che traevano origine le immagini e le similitudini che Gesù fissa, ancora oggi, nella mente e nel cuore dei suoi uditori. La casa sulla roccia – a volte me lo chiedo – non potrebbe essere piuttosto una casa scavata nella roccia? Cadde la pioggia, soffiò il vento, strariparono i fiumi dai loro letti… e in un attimo tutto veniva spazzato via. Non scenari di fantasia, ma la realtà di quella terra.

E le folle erano stupite del suo insegnamento, registra Matteo nel suo Vangelo e gli riconoscevano un’autorità che nessun altro aveva. Perché? Da dove gli veniva questa sapienza? Dobbiamo ammetterlo: dalla sua grande capacità di osservare la realtà. Quelle scene descritte nella parabola non erano scenari da set cinematografico quanto piuttosto la cruda realtà di quella gente. E chissà quante persone s’erano viste portar via la casa da una pioggia torrenziale o da un’ondata di piena. Come se gli uditori, dopo averlo sentito parlare, dicessero in cuor loro: “Ma è proprio così! A me, ai miei di casa, è successo proprio questo!” E così Gesù cementava quell’immagine-esperienza traumatica al suo insegnamento nuovo, a  ciò che succede nel cuore di chi non fa la volontà di Dio e continua a riempirsi la bocca dicendo “Signore, Signore…” cioè a chi spreca parole come i pagani, i quali pensano di essere ascoltati a forza di parole. A quell’invocazione “Signore, Signore…” segue un elenco preciso di azioni prodigiose: non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi? Valgono nulla queste azioni prodigiose, soprattutto se diventano espressioni per rivendicare certi diritti davanti a Dio o una qualsiasi specie di precedenza davanti agli uomini quando saranno al cospetto di Dio. Ecco perché Gesù arriva a chiamare queste azioni addirittura “iniquità” se sono una sorta di gara a chi arriva primo, una specie di corsa ai primi posti… in terra come in cielo. E Lui stravolgerà queste gerarchie meritocratiche, irritando non poco l’uditorio, quando dirà che prostitute e peccatori ci passeranno avanti. Quando la Scrittura dice che il Signore sostiene l’orfano e la vedova e sconvolge le vie degli empi. È iniquità fare del bene per poi rivendicare un posto solo perché abbiamo fatto qualcosa nel nome del Signore. È dunque davvero tutto da vedere se lo abbiamo fatto nel nome del Signore o per il nostro tornaconto. Un vero rompicapo a tutta la nostra morale, di cui in effetti abbiamo bisogno per vivere (o sopravvivere), per non distruggere con le nostre stesse mani quello che a malapena riusciamo a costruire. 

Ma cosa significa allora fare la volontà di Dio? Perché la discriminante della similitudine proposta da Gesù è basata proprio sul fare la volontà di Dio, sul mettere in pratica quelle parole che Gesù presuppone ascoltate dai discepoli. C’è da chiederci dunque: com’era la casa di Gesù? Occorrerebbe dunque costruire la nostra casa con le stesse caratteristiche della casa di Gesù, Lui che ha detto e fatto la volontà di Dio.  Una casa che sia costruita dal Signore stesso, per non faticare invano. Una casa dove il misero trovi rifugio. Una casa che profumi della fragranza del pane e di tanto in tanto anche di essenze profumate d’oriente.  Una casa e non un Tempio. Il Tempio di Gerusalemme, quello lo hanno visto distrutto per ben due volte. Qui Gesù auspica ai suoi ascoltatori di avere una casa solida, che non venga giù… Sarebbe già grande cosa capire che al Signore basta una casa. Se da una parte l’immagine della rovina della casa ci può spaventare, è consolante sapere che il Signore non pensa alla sua propria casa, ma alla nostra. È consolante sapere che possiamo perfino ricostruire le nostre case prima ancora di riparare la sua. Lo capì a stento Francesco di Assisi. Lo capì dopo averne riparate di chiese. Lo capì prima ancora il re Davide che aveva dichiarato di voler costruire una casa al Signore, di legni pregiati e di metalli preziosi. Segno certamente della sua potenza e delle sue possibilità. Ma fu il Signore a fargli una casa, sulle macerie della sua stessa vita. 

Costruire la casa sulla roccia è ascoltare e fare la volontà di Dio, che non è più misteriosa e inconoscibile. Gesù ce l’ha detta esplicitamente. “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,40). L’opera da compiere è dunque conoscere sempre più Gesù, per assomigliargli da un lato e per essere da lui riconosciuti davanti al Padre un giorno. “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5)

In te, Signore, abbiamo trovato sicurezza

noi, i nostri padri, i nostri nonni…

Tutte le generazioni che ci hanno preceduto.

Prima ancora che esistesse la terra, 

prima ancora che l’universo prendesse vita

da sempre tu sei Dio, e lo sarai per sempre.

Non sei legato al limite del tempo.

Noi invece sì!

La nostra vita è breve.

Quante volte constatiamo con amarezza:

«Basta un niente… e si muore!»

Per te, Signore, mille anni

sono come poche ore di veglia

come la durata di un giorno già finito.

Tu sei Signore del tempo, noi i tuoi schiavi.

La nostra vita è come un sogno:

al risvegli svanisce;

è come un filo d’erba del prato:

ben presto è bruciato dal sole e si secca.

Questa è la nostra condizione,

una condizione di estrema fragilità,

frutto della nostra realtà di uomini

e delle scelte sbagliate che facciamo.

Viviamo nella violenza e nell’ingordigia,

pronti all’inganno e alla frode

e tu ben conosci per esperienza diretta

l’arroganza di certi nostri comportamenti.

Ci circondiamo di rumori e di cose,

ci lasciamo trascinare da un ritmo,

che ci impedisce di pensare e decidere.

E così la vita ci sfugge di mano.

Nei paesi ricchi viviamo in media settant’anni,

i più fortunati arrivano a ottanta

e li viviamo quasi tutti di corsa

su ritmi imposti da altri.

Ci affanniamo a rincorrere illusioni

a soddisfare bisogni superflui,

sempre tesi, nevrotici

e nervosi per la paura…

E la fine ci trova impreparati!

Di fronte a questa constatazione

chi pensa a Dio,

chi sa rivolgersi a lui con umile fiducia?

Chi sa prendersi il tempo e la calma

per guardarsi nel fondo dell’anima?

Signore,

dacci il senso della fragilità della vita,

diventeremo molto più saggi!

Donacelo subito,

perché la nostra vita

non dura molto a lungo.

Guardaci, Signore

 con occhi di misericordia,

con pazienza e tolleranza infinite;

riempici di tutti quei doni

che il tuo amore ci ha preparato.


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