Quel che Dio vuole non è mai troppo (!?)

Data :26 Giugno 2020
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Signore e Dio nostro, tu ci scruti e ci conosci, il tuo sguardo veglia su ciascuno dei tuoi figli, e Gesù il Cristo ci ha narrato il tuo amore e la tua sollecitudine con il suo sguardo: sguardo penetrante e dolce, sguardo compassionevole e accogliente. Donaci di sentirci sempre conosciuti e amati nella debolezza e vulnerabilità della nostra persona. Per Cristo, nostro Signore. Amen.

Dal Vangelo secondo Matteo (8,1-4)

Quando Gesù scese dal monte, molta folla lo seguì.
Ed ecco, si avvicinò un lebbroso, si prostrò davanti a lui e disse: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi».
Tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio: sii purificato!». E subito la sua lebbra fu guarita.
Poi Gesù gli disse: «Guàrdati bene dal dirlo a qualcuno; va’ invece a mostrarti al sacerdote e presenta l’offerta prescritta da Mosè come testimonianza per loro».

G. Fallardi, rattoppo

Alcune necessarie premesse ci permetteranno di capire meglio i racconti evangelici di oggi e di domani. Terminato il “discorso della montagna” (capitoli 5-7), Matteo inaugura al capitolo ottavo una sezione di dieci gesti compiuti da Gesù, gesti che l’uditorio non avrebbe faticato ad assimilare ad opere compiute da Mosè, secondo quanto descritto nel libro dell’Esodo dal capitolo 7 al capitolo 14. Si inaugura ora un racconto di tre guarigioni: un lebbroso, uno straniero e una donna, tre categorie di persone che per questioni di culto e principi religiosi erano considerate impure. Da tenere quindi a distanza.

La stessa malattia in questione – la lebbra – dice poi tutto il resto. Ai capitoli 13-14 del libro del Levitico sono descritti tutti i provvedimenti da adottare in caso di sospetta lebbra. Al termine dei due capitoli si legge: “Questa è la legge per ogni sorta di infezione di lebbra o di tigna, per la lebbra delle vesti e della casa, per i tumori, le pustole e le macchie, per determinare quando una cosa è impura e quando è pura. Questa è la legge per la lebbra” (Levitico 14, 54-57). Insomma, poco da scherzare! Quarantena, analisi, isolamento… un vero lockdown dei tempi di Mosè! La “crisi da contagio” non era gestita da alcuna task-force, non c’era un ministero della salute. Il ministro del culto gestiva il tutto, stante le leggi date da Dio a Mosé. Una sorta di rafforzativo insomma: se già umanamente parlando la cosa faceva paura ed era seria, non è mai come metterci un sigillo religioso…

La questione è che più delicata: la lebbra era considerata nella tradizione religiosa del tempo una sorta di castigo divino dovuto ad alcuni peccati gravi ben noti e cioè: mormorazione e abuso di potere. I tempi sono cambiati, ma quello che abita nel cuore dell’uomo, non né sono poi così convinto. Non è soltanto questione di tempo che deve ancora passare. Dentro il cuore dell’uomo, in ogni tempo e in ogni luogo, ci sarà probabilmente sempre questo “senso del castigo”. Ad ogni malattia una causa (e ci può stare), ma ad ogni errore un castigo e una pena da infliggere?

Dalle mie parti sento spesso dire: “Quel che Dio vuole non è mai troppo!“. L’ho sentito dire quando ci si trova davanti ad una prova, ad un imprevisto. L’affermazione è di un certo spessore e tuttavia molto ambigua: non riesco bene a decifrare con quale intento lo si dica. Per darsi una sorta di coraggio nel pensare che Dio sa cosa sta accadendo? Per dire che quella prova è voluta da Dio? Chi può sapere cosa Dio vuole? E poi, siamo così sicuri che la volontà di Dio sarebbe una volontà punitiva, che imponga all’uomo sofferenze e castighi? O non sarebbe piuttosto volontà di bene per l’uomo? Non è che in dio (a questo punto lo scrivo con la d minuscola!) noi proiettiamo piuttosto una volontà umana che poco corrisponderebbe a quella di Dio? “Ben ti sta!”, dicono i bambini che godono dell’insuccesso di un amico. Ma non solo i bambini pensano così in cuor loro. Il salmo 39 (40) descrive così questo sentimento: Siano svergognati e confusi quanti cercano di togliermi la vita. Retrocedano, coperti d’infamia,  quanti godono della mia rovina. Se ne tornino indietro pieni di vergogna  quelli che mi dicono: “Ti sta bene!”.

Benedetto l’incontro tra il lebbroso e Gesù che guarisce questa lebbra del credere e del vivere insieme. Benedetta la richiesta del lebbroso: “Se vuoi, puoi guarirmi”. Benedetta la risposta di Gesù: “Lo voglio!”. Benedetto questo felice incontro di due volontà.

Il Signore dette a me, frate Francesco, di incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo. E in seguito, stetti un poco e uscii dal secolo”.

Inizia così il testamento che Francesco di Assisi dettò poco prima della sua morte, a prova di come Gesù stesso fosse venuto a guarire l’uomo da questa ripugnanza che allontana piuttosto di avvicinare. La volontà di Dio è inclusiva e non escludente: guarisce il malato riabilitandolo all’incontro e fa santo (immagine e somiglianza di Dio) colui che prima manco sapeva chi fosse.

Signore, tu mi guardi e mi leggi negli occhi

ciò che custodisco nel segreto del cuore;

ogni mio gesto ti è familiare, lo segui con amorosa premura.

Accompagni il mio lavoro e il mio tempo libero

il filo dei miei pensieri e i miei desideri più nascosti.

Conosci le parole che dico, i progetti che mi frullano in testa.

La tua è una presenza costante, uno sguardo che avvolge la mia vita.

Quando ci penso, resto come incantato, sorpreso e insieme affascinato.

È una cosa grande, meravigliosa, e spesso non me ne rendo conto!

Nel turbinare affannoso delle scelte,

sono portato a sentirmi autosufficiente,

protagonista della mia vita e dominatore delle cose.

In realtà cosa sarei senza di te? Quali speranze che non siano miraggi?

Quali esperienze potrei fare senza incontrare il tuo volto?

Se voglio impadronirmi del cielo misurando i suoi spazi infiniti

e mando satelliti a fotografare pianeti, 

è la tua grandezza che scopro e contemplo!

Se mi appassiono a studiare le meravigliose leggi della natura

e penetro nei segreti  delle cellule e degli atomi,

è la tua sapienza che mi si svela!

Se viaggio in terre lontane

o i documentari mi fanno conoscere altri popoli e altre culture

è l’universalità del tuo amore che constato!

Anche quando vivo momenti di sofferenza e mi si oscura il senso della vita,

è la tua misericordia che sperimento, la tua Parola illumina la mia angoscia.

Il mio stesso corpo è un dono meraviglioso creato dalla tua mano,

cesellato con arte e con gusto fin dal seno di mia madre.

Ti ringrazio, Signore, per avermi fatto in modo così bello!

Tutto quello che fai è meraviglioso, ogni cosa è un raggio della tua bellezza.

Tu conoscevi i miei pregi e i miei difetti, prima ancora che io li scoprissi;

conoscevi i miei entusiasmi e le mie paure,

prima ancora che li sperimentassi.

Tutti gli avvenimenti della mia vita ti erano familiari,

prima ancora che li vivessi.

E mi hai riempito l’esistenza di doni!

Avrei voglia di mettermi a raccontarli, ma sarebbe una storia troppo lunga:

innumerevoli piccoli segni che sempre mi portano

all’unico grande dono che tu sei, Signore!

Fammi capire se le mie scelte sono giuste

e conducimi per mano sulla via, che porta alla vita.

dal salmo 137 (138)


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Commenti (1)

Claudia

Mi colpisce il contrasto fra il vostro detto che implica un Dio che chiede “troppo” e quello che invece diceva mia nonna(ad Assisi)” Cristo manda ‘l freddo secondo i panni”, ossia: ti arrivano le difficoltà per le quali sei attrezzato, non di più….e non di meno!

3 mesi ago

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