Nella stanza di Ames

Data :22 Giugno 2020
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Tu sei Luce: gli occhi di ogni vivente che è puro ti vedranno. Tu sei Luce: nascosta nel mondo visibile, svelata nel mondo invisibile. Tu sei Luce: l’occhio dell’intelletto a Te anela e di Te si stupisce. 

Dal Vangelo secondo Matteo (7,1-5)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? O come dirai al tuo fratello: “Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio”, mentre nel tuo occhio c’è la trave? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello».

Nella preghiera che Gesù ci ha insegnato chiediamo sempre che venga il suo regno, quel regno che all’inizio del “discorso della montagna”, Gesù aveva aperto a tutti coloro che Egli osa chiamare “beati” e che ad un primo giudizio di sguardo umano, sembrerebbero esserne più esclusi che accolti. Nella preghiera quindi, il discepolo di Gesù mette a fuoco le sue richieste al Padre, richieste che – come aveva consigliato – avrebbero dovuto essere chiare, precise, fatte di poche, pochissime parole. È sempre difficile per noi infatti, quando siamo raccolti e uniti nella preghiera, fare una cernita e dare un ordine alle nostre richieste. Se Gesù, pieno di Spirito santo, non ci avesse aiutato suggerendoci la preghiera, noi già ci saremmo persi o aggrovigliati nel chiedere questo e poi quello, e poi quest’altro e quest’atro ancora… Per di più, a sostegno della bontà delle richieste, le avremmo accompagnate con tanto di giustificazioni e spiegazioni dettagliate volte a convincere il Padre.

E così, dopo averci insegnato come e cosa chiedere al Padre (tanto per fugare ogni dubbio circa il fatto che Dio ascolta i suoi figli e se ne prende cura con sollecitudine) se leggiamo alcuni versetti che precedono il passo odierno, ci accorgiamo che Gesù stesso ci prega. Sì, egli prega noi di cercare anzitutto il Regno di Dio e la sua giustizia. Ad avvalorare l’urgenza di questa sua preghiera rivolta a noi, Gesù ci dice che il Padre sa bene di cosa abbiamo bisogno ancor prima che noi chiediamo. Urgente quindi non è chiederci cosa mangeremo, cosa berremo, cosa indosseremo. Urgente per il credente è avere uno sguardo sempre più simile allo sguardo di Gesù.

Lo sguardo di un figlio in effetti, viene educato dai suoi stessi genitori. Non servono solo lenti correttive per migliorare la vista. Occorre anche avere accanto a noi qualcuno che ci insegna in che direzione guardare, dove volgere il nostro sguardo. Gesù, figlio del Padre, apre a noi gli occhi della sua misericordia, della sua tenerezza per ogni creatura; apre a noi gli occhi per contemplare il mondo in un certo modo. Senza illusioni.

Cercare il regno di Dio e la sua giustizia, senza passare da quelli che legittimamente noi definiremmo bisogni primari (mangiare, bere, vestire) è un modo molto semplice per aiutarci a distogliere lo sguardo da ciò che potrebbe suscitare invidie e gelosie. È un po’ come il bambino che, pur avendo tra le mani una merendina che la mamma gli ha preparato, desidera ancora quella dell’amico; è come una vetrina di abiti a cui ne segue un’altra e non sai più dove e cosa comprare, tanto che il rischio è proprio quello di volere e una e l’altra cosa. Risultato finale? Siamo dispersi e distratti, miopi, al limite della cecità. Cercare prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia! Questo siamo invitati a compiere ogni volta che apriamo gli occhi e osserviamo la giornata che ci si apre davanti, con tutto il carico di impegni e di persone che incontreremo.

Ciò premesso, si può probabilmente comprendere meglio quanto Gesù ci dice oggi. L’invito a non giudicare diventa collirio al nostro sguardo, per mettere a fuoco che la nostra esistenza si articola tra cielo e terra, tra l’amore per Dio ma anche quello verso i propri simili. Il giudizio, con il quale molto spesso noi ci percepiamo sempre migliori di altri rinchiudendo il prossimo tra le nostre poche diottrie, altro non sarebbe dunque che una limitazione di campo, una restrizione dello spazio entro cui muoverci. Giudicando con sempre maggior severità l’altro, noi restringiamo lo spazio delle nostre relazioni… rischiando di finire così col rimanere soli. E non credo che questo abbia molto a che fare con il Regno di Dio.

Atteggiamenti di intolleranza, di giudizi trancianti verso l’altro, alla fine non fanno che rivelare la misura del nostro cuore. Per ritagliarci uno spazio che presumevamo potesse garantirci una vicinanza con Dio, ci siamo tagliati fuori dallo spazio del Regno che è sempre più ampio in funzione del cuore grande di Dio e della limpidezza del suo sguardo, Lui che sa vedere un campo di grano che già biondeggia laddove il contadino ha appena seminato; Lui che sa vedere santi laddove ci sono peccatori; Vita dove c’era morte.

È un lavorio intenso e costante quello che il Vangelo ci chiede, un po’ come se entrassimo in una stanza nel quale riceviamo il mandato di fare ordinare. Cosa faremmo per primo? Toglieremmo le cose più grandi, le sposteremmo fino a trovare quelle più piccole. Tutto merita di essere riposto con ordine… ma sempre bisogna cominciare dalle cose più grandi e ingombranti: prima la trave poi la pagliuzza.

Attraverso un’immagine esagerata, che nella lingua italiana si chiama “iperbole” (la trave e la pagliuzza appunto) Gesù esagera la descrizione della realtà tramite espressioni che la amplificano, per eccesso o per difetto, proprio per farci comprendere che noi siamo quell’esagerazione nell’osservare gli altri, a volte ingrandendone all’inverosimile un difetto o rimpicciolendo la stessa persona quasi da renderla insignificante o perfino inesistente nel nostro panorama. Un po’ come entrare nella stanza di Ames (è il nome dell’oftalmologo che fece la scoperta), dove per effetto di un’illusione ottica due persone possono sembrare una piccolissima e l’altra gigantesca. Questo accade quando tra esseri simili ci giudichiamo: ci costruiamo una stanza di Ames, tutta sbilenca e ci collochiamo nel punto in cui noi stessi sembriamo essere più grandi dell’altro. Giudicando il fratello ci siamo costruiti la nostra bella illusione ottica!

Signore, chi abiterà nella tua tenda?
Chi dimorerà sulla tua santa montagna?

Colui che cammina senza colpa,
pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,

non sparge calunnie con la sua lingua,
non fa danno al suo prossimo
e non lancia insulti al suo vicino.

Ai suoi occhi è spregevole il malvagio,
ma onora chi teme il Signore.
Anche se ha giurato a proprio danno,
mantiene la parola;

non presta il suo denaro a usura
e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo
resterà saldo per sempre.

(salmo 14)


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Commenti (1)

Patrizia

Mi hai colpito nel segno. Il mio più grande errore è appunto il giudicare! Giudico chiunque, dal guidatore che entra un un rondò ed uscendone non mette la freccia, a chi sparla di qualcuno, a chi mette le bombe e a Tramp quando spara le sue sciocchezze. Cerco di non giudicare chi mi vive accanto, ma spesso mi fanno lo stesso appunto, il che significa che comunque si sentono giudicati … eppure credo e vorrei non essere così, cerco di non esserlo, ma è una cosa automatica che scatta in ogni momento che vivo, inconsapevole…

3 mesi ago

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