Per sapere quello che abbiamo nel cuore

Dettagli: tra la casa dove vivo e la chiesa del Saint-Redempteur, c’è questa aiuola, nel pieno del suo rigoglio…

Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (A)

(Dt 8,2-3.14-16 / Sal 147 / 1Cor 10,16-17 / Gv 6,51-58)

Dio fedele, che nutri il tuo popolo
con amore di Padre,
saziaci alla mensa della Parola
e del Corpo e Sangue di Cristo,
perché nella comunione con Te e con i fratelli
camminiamo verso il convito del tuo regno.
Amen.

(dalla liturgia odierna)

Quarant’anni, potremmo dire, sono più che sufficienti all’essere umano per sentire tutto lo spettro dei suoi bisogni naturali quali fame, sete, freddo e caldo. Anche molte paure possono aver già abbondantemente rimbombato quando trovano spazio nel cuore. E molti – quanti! – sono stati già morsi da «serpenti velenosi». Il serpente, la più astuta di tutte le bestie (Gen 3,1). Il serpente che ritorna nelle vicende descritte dall’Esodo, il serpente che minaccia di avvelenare corpi e giorni.

Quarant’anni è biblicamente il tempo della prova e della pazienza, pazienza di Dio più che dell’uomo. Ci sono cammini che si possono facilmente percorrere ma che poi si rivelano essere scorciatoie o vicoli ciechi. Il cammino più lungo e faticoso ha invece il sapore della prova ma è da questa che l’uomo trae le sue scoperte, le sue lezioni, le sue consolazioni. 

Ricòrdati – dice Mosé al suo popolo – di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi (Deut 8,2). Il serpente è tentatore, ma Dio mette alla prova. La prova dunque nel cammino della fede acquista valore: serve per sapere ciò che abbiamo nel cuore. I comandamenti «par cœur» [per un felice gioco di parole in francese imparare a memoria si dice piuttosto mettere nel cuore] e più ampiamente la Parola di Dio; la manna prima e poi il pane dell’Eucarestia di quell’Ultima Cena… tutto questo può trovare spazio nel cuore dell’uomo.

«Sì, perché è ormai chiaro – scriverà Chiara di Assisi alla sorella Agnese – che l’anima dell’uomo fedele, che è la più degna di tutte le creature, è resa dalla grazia di Dio più grande del cielo. Mentre, infatti, i cieli con tutte le altre cose create non possono contenere il Creatore, l’anima fedele invece, ed essa sola, è sua dimora e soggiorno» (terza lettera ad Agnese di Praga 2892,21-22)

Il cammino del deserto prova, affina, svuota e purifica. Dio scruta il cuore per  riempirlo nuovamente di Sé, del suo Spirito, della sua Parola, del ricordo di tutte le meraviglie operate in mezzo agli uomini. Non dimenticare – si continua a leggere nella prima lettura tratta dal libro del Deuteronomio (che altro non è se non una rilettura ancor più postuma e più approfondita del cammino dell’Esodo) –  il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri. (Deut 8,14-16)

Per questo la Chiesa non smette di fare dell’Eucarestia la sua preghiera prima ed ultima, la sorgente e il culmine, il punto di partenza e il punto di arrivo, il luogo dove prendere forza e il tempo necessario per restituire tutto a Dio, ringraziando nel fare eucarestia. Pregare, chiedendo di non conoscere e non attraversare il deserto – direi a questo punto – non è qualcosa che appartiene dunque alla fede. Ciò che è proprio alla fede è di attraversarlo cercando di strappare gli idoli tentatori che nidificano nel cuore dell’uomo perché solo Dio sia il nostro seduttore, Colui che ci attira a sé. L’unico che può – secondo la felicissima espressione del profeta Osea (2,16) – attirarci nel deserto e parlare al nostro cuore. Eccolo dunque all’opera fin dal tempo dei nostri padri, quelli che mangiarono la manna nel deserto. 

Anche oggi altri sedici bambini hanno celebrato la loro prima comunione. Tutti loro – concordi ed unanimi – mi hanno detto chiaramente di sapere cosa significa ricevere la Comunione: «c’est recevoir Jesùs dans son cœur» [è ricevere Gesù nel proprio cuore]. Formula sintetica che non dovremo mai dimenticare, sapendola però argomentare col passare del tempo con dovizia di particolari e aiutati dalle Scritture, citando appunto deserto e prova e queste parole precise ascoltate oggi. 

Il salmo della liturgia di oggi, in qualsiasi parte del mondo sia stata celebrata, ci ha fatto cantare alla città di Gerusalemme, invitandola a lodare il Signore. Per cosa dunque? Deserto e città santa, non sono due luoghi casuali ma piuttosto i luoghi visitati e vissuti dal Messia. Gerusalemme, la città del grande tempio, l’unico dove offrire a Dio sacrifici o olocausti per sentirsi in comunione con Lui. Un solo luogo dunque per esprimere la comunione con Dio, un solo enorme altare da non immaginare come una mensa, una tavola, ma piuttosto come un grosso basamento su cui arde costantemente questo fuoco delle infinite offerte a Dio. È l’idea sacrificale che domina nel cuore dell’uomo e se Dio volesse mai sacrifici per dirsi unito agli uomini, l’uomo ha ritenuto comunque più opportuno cercare capri espiatori, vittime da sostituire all’offerta di sé. Gesù di Nazareth darà la sua personalissima interpretazione per spiegare ai suoi fratelli cosa si deve intendere per comunione con Dio. 

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: «Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà. È un passaggio delle lettera agli Ebrei (8,5-7) che cita a sua volta un salmo e che ci aiuta davvero a rileggere la questione della comunione con Dio alla luce della vita stessa di Gesù. Nelle più umane delle comunioni ci sono i riflessi di questa comunione con Dio di cui gli uomini hanno una qualche nostalgia. E semmai non sono gli uomini a cercare questa comunione, di certo è Dio stesso che non si stanca di cercarla con noi, nel più profondo di noi stessi. In fondo è tutto qui il mistero di Dio in mezzo a noi, del suo Figlio fatto carne e fatto in tutti simile a noi, fratello per vivere in comunione con tutti gli esseri umani.

Somiglianza e assimilazione… sono due termini che stanno bene con la parola comunione. Non servono più sacrifici animali e nemmeno olocausti. Non serve uccidere per entrare in comunione con Dio: piuttosto occorre dare la vita. Che significa non trattenerla per sé, che significa non custodirla gelosamente senza che da essa ne possa nascere ancora vita: vita di altri, vita per altri. E anche di questo ci aveva avvertiti: che se qualcuno avesse voluto salvare la propria vita, di fatto l’avrebbe perduta… perché quando «sorella morte» dovesse giungere alla porta, ella porta sempre con sé una domanda: «Che cosa ne hai fatto di quella vita che ti è stata solo affidata?». Questa vita è tesoro e talento; questa Vita è Dio stesso. È lui che si affida alle nostre mani, perché questa vita donata porti il suo frutto. Dare la vita non è dunque solo il verbo dei martiri, ma per questi lo è grandemente. Se i martiri appaiono ai nostri occhi come coloro che avrebbero disprezzato la vita fino a morire, fino a lasciarsi uccidere, è semplicemente perché già in cuor loro avevano deciso a chi donare questa vita. Non dunque chi toglie la vita decide della vita altrui quanto piuttosto chi dona la propria vita. Dare la vita è voce del verbo «fare comunione». 

Dal Vangelo secondo Giovanni
(6,51-58)

In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Quand’anche dovessimo leggere questo discorso per esteso – è il discorso sul pane di vita che Giovanni sviluppa nel suo Vangelo dopo che Gesù ha moltiplicato i pani – di queste parole noi abbiamo perso di sicuro la portata scandalosa. Inconcepibile mangiare carne e bere sangue altrui. La vita è il sangue stesso che scorre nelle vene. Non è dunque possibile bere il sangue altrui. Ciascuno è custode della propria vita e per quel comando che vieta di uccidere si diventa pure custodi della vita dell’altro.

Gesù ha preso pane e vino. Non poteva che prendere pane e vino. La Parola di Dio s’è fatta carne, e il Figlio di Dio è apparso a noi in forma d’uomo. Ma non poteva certo chiedere ai suoi di mangiare la sua carne o bere il sangue di quello che scorre nelle vene. È il pane che diventa carne e il vino che diventa sangue per esprimere nel simbolo questo dono che Gesù Cristo fa di sé. Sono le sue parole – che già sono Spirito e vita – che dichiarano questo intento d’essere dono per la vita dell’uomo. Sono le sue parole, nate dallo Spirito datore di vita, che transustanziano i segni dell’Eucarestia. Il suo corpo umanissimo e il suo sangue sulla croce resteranno invece i segni di questa umana incomprensione di chi ancora crede che per difendere un qualsivoglia presunto legame di comunione con Dio, si possa giungere ad uccidere fratelli. (Gv 16,2) E – va detto – non si uccidono fratelli solo con croci e armi. Già il dichiararsi non solidali con l’umanità provata nei deserti dell’esistenza, già così è negare la comunione.

Ultimo pensiero, ma non ultimo per importanza: quando riceviamo la Comunione, il Pane dell’Eucarestia, il Corpo di Cristo, non è quale premio di azioni passate che ci farebbero meritevoli. Piuttosto riceviamo questo Pane in vista dei nostri giorni a venire, in vista del cammino che ancora dobbiamo compiere e che riprende subito terminata la celebrazione stessa. Non un gesto scoordinato ma un richiamo all’impegno e alla coerenza con ciò che fa seguito ai nostri gesti religiosi, ai nostri culti domenicali. Ciò che mangiamo è dunque per ricevere la forza necessaria a proseguire il cammino; ciò che mangiamo è ancora una volta un segno della fede che riponiamo nella Parola-Promessa che Gesù ha pronunciato: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La nostra vita va dunque collocata proprio tra questa promessa di risorgere dopo aver dato la vita e il nostro impegno che scaturisce dal nutrirsi di Cristo? Chi mangia di me – ha detto – vivrà per me. L’impegno morale del credente non precede ma segue l’incontro con Cristo.

Tutti i sentieri del Dio vivente
portano a Pasqua,
Tutti quelli dell’uomo
ad un vicolo cieco:
Non mancate di trovare, negli snodi della vita
il suo ristoro e la sua tavola
perché è lì che il Signore vi aspetta.

Non aspettate che la vostra carne
sia già morta,
non esitate, aprite la porta,
chiedete a Dio, è Lui che serve,
chiedete tutto, ve lo porterà:
Egli è cibo e il tuo stesso posto a tavola.

Mangiate qui a sazietà,
bevete secondo la vostra sete,
la coppa è piena;
non correte sui sentieri per andare a Dio
senza lasciare che sia Egli stesso a venirvi incontro:
siate uomini del domani.

Prendete il suo Corpo fin da ora
perché già vi invita a diventare Eucaristia;
e scoprirete che Dio vi accoglie,
ospitandovi nella sua vita
e così vi rende uomini a Lui consanguinei.

(traduzione dalla liturgia francofona)


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Piccoli Pensieri (3)

Sebastiano

La precarietà della vita e la durezza del cuore sono per me un incontro quotidiano. Mi consola la Promessa che il Signore è con me e mi salva nel mio bisogno. L’Eucarestia e la Parola tengono viva la Promessa e la radicano nel mio profondo.

12 Giugno 2023
Arianna

Questa prima lettura sui quarant’anni nel deserto e la riflessione che ne consegue, mi tocca oggi più che mai. Oggi che sono prossima a compiere 41anni, prossima a completare il terzo anno del corso di studi in Scienze della formazione primaria e con in braccio la mia piccola Adele, nata lo scorso 17 Dicembre. Oggi che sento -finalmente!- di aver “trovato la via” per mettere a frutto al meglio i miei talenti e, in effetti, mi sento progressivamente “più realizzata”. Ma ce n’è voluto di tempo, ed errori, e disperazione, e di fatica a perseguire e anche a non perdere la fiducia. E solo ora inzio ad intravedere che, in effetti, tutto quel garbuglio di multi strade aperte e perseguite, ciascuna per sè, generanti un caos solo apparente erano orientate a portarmi qui: ad un punto in cui tutte queste mie diverse caratteristiche collimano, si condensano e trovano una propria precisa funzionalità. Tanto più toccante diventa allora la riflessione sul corpo e sangue di Cristo, su Dio Padre che non vuole sacrifici ma vita, sull’offerta della nostra vita come dono e in parallelo sul dono che Cristo ha fatto della propria vita. È come un cerchio che si chiude, ma continua a girare nel senso -come dire- che non smette di aprirsi e chiudersi nelle nostre vite: passo dopo passo, prova dopo prova… Ed è questo il bello, il fatto che non si ferma, il fatto che continui a richiamarci alla vita e al movimento e al rinnovamento.
È bello rendersene conto, grazie per avermi aiutata a coglierne il senso, grazie di cuore!

12 Giugno 2023
Savina

Dunque si torna alla quotidianità, la vita di tutti i giorni…
Dunque, cosa ci portiamo appresso nella vita di tutti i giorni di questo lungo tempo dal “mercoledì delle Ceneri alla Solennità del Corpo e Sangue di Gesù”?
Abbiamo percorso le Scritture provando dolore, paura, incredulità, gioia, fatica, tradimenti e pentimenti, Mistero, Verità, aiuto dello Spirito e…Missione.
Iniziata in Chiesa partecipando all’Eucarestia… un punto fermo, saldo della nostra, della mia fede.
Un Mistero fatto “di pane e di vino”, che tutti i giorni trovo sulla mia tavola ma che solo oggi, vivendo le Giornate Eucaristiche in parrocchia, riesco a collegare a “quel pane e quel vino dell’Ultima Cena”.
Dunque, cosa mi porto appresso dopo questo lungo tempo fatto di tanti momenti intensi?
Dunque… la missione iniziata…e da proseguire fuori dall’edificio Chiesa.
“Fate questo in memoria di me”
Cosa faccio io in sua memoria se non ricordarmi che Gesù ha insegnato “l’offerta di sé”, Lui per salvare tutti gli uomini, a me, almeno, offrirmi a chi mi sta vicino.
Dunque, cosa mi porto appresso? Non posso tenere quello che ho ricevuto, lo devo ridonare dunque… all’opera!
Che il Padre abbia pietà di me, misera, che Gesù si lasci mangiare da me, misera, e che lo Spirito sappia ispirarmi e sorreggermi, misera,..

12 Giugno 2023

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